Bucha, Ucraina – PARTE I
Una cronologia degli eventi, della disinformazione e della verifica dei fatti intorno al massacro di Bucha, di cui ricorre in questi giorni il terzo anniversario

In occasione del terzo anniversario della Liberazione di Bucha, città ormai tristemente nota per il massacro che vi ha avuto luogo nei primi momenti dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, abbiamo deciso di pubblicare questo lungo articolo in due parti. Non con lo scopo di sottoporre a verifica affermazioni e fatti già trattati in precedenza da altri fact-checker – peraltro in maniera impeccabile, e successivamente li richiameremo – ma quello di offrire una timeline di quanto accaduto in quei giorni nella città, un riassunto della disinformazione circolata al riguardo e, in conclusione, qualche osservazione e considerazione sulla vicenda. Uno speciale focus sarà dedicato, ovviamente, all’Italia.
Per agevolare i lettori, specie i più curiosi che vorranno sfogliare alcuni dei tanti link qui inseriti, abbiamo preferito dividere l’articolo in due parti. La seconda uscirà domani.
Buona lettura.
Sabato 5 marzo
Bucha cade sotto controllo russo. La testata russa in esilio Meduza ha ricostruito in un questo articolo le vicende di cui andremo a scrivere.
Martedì 8 marzo
Associated Press pubblica un articolo in cui vengono riportate le parole di Anatolyi Fedoruk, sindaco di Bucha:
“Non possiamo nemmeno raccogliere i cadaveri perché i bombardamenti dell’artiglieria pesante vanno avanti giorno e notte” dice il sindaco Anatolyi Fedoruk. “I cani stanno dilaniando i corpi per le strade della città. È un incubo.”
Domenica 13 marzo
Il Guardian riporta la morte del fotoreporter statunitense Brant Renaud, primo giornalista straniero ucciso nel corso dell’invasione su vasta scala in Ucraina. In quel momento si trovava vicino un checkpoint a Irpin e stava filmando la fuga dei civili ucraini dalla città, quando un colpo sparato dall’esercito russo l’ha raggiunto alla nuca.
Da questo momento le autorità ucraine impediscono alla stampa internazionale di oltrepassare quel checkpoint (vedi gli eventi del 31 marzo).
Lunedì 28 marzo
Due settimane dopo, Il Fatto Quotidiano riporta le parole di Fedoruk:
“Tutti gli orrori di cui noi abbiamo sentito parlare come di crimini compiuti dai nazisti durante la seconda guerra mondiale ora li vediamo qui a Bucha, dove è in atto un piano del terrore contro la popolazione civile – afferma Fedoruk – È difficile credere che una cosa del genere possa accadere nel XXI secolo”, dice Fedoruk, riferendo di brutali uccisioni di civili, stupri e saccheggi delle case da parte dei soldati russi. “I russi, col pretesto di cercare i nazisti, irrompono nelle case e le saccheggiano e poi uccidono i civili senza motivo”.
Quest’ultimo articolo, assieme a quello dell’AP dell’8 marzo, sono fondamentali: infatti, una delle obiezioni (che hanno però la funzione di accuse) che verranno mosse agli ucraini e a Fedoruk in persona sarà proprio quella di “essersi accorti” dei cadaveri per strada solamente il 2 aprile.
Mercoledì 30 e giovedì 31 marzo
Mercoledì 30 marzo Skynews scrive:
I bombardamenti sono continuati durante la notte nell’area attorno a Kyiv, come a Bucha, Brovary e Vyshhorod.
L’ISW (Institute for Study of War), che dall’inizio della guerra ha tenuto traccia giorno per giorno degli spostamenti degli eserciti sul campo, specificava:
Le forze russe attorno a Kyiv hanno mantenuto le loro posizioni avanzate e hanno continuato a difendersi contro i limitati contrattacchi ucraini. Le forze russe non cederanno verosimilmente i territori controllati attorno alla città e stanno continuando a scavare.
Sempre l’ISW scriveva il 31 marzo:
Le forze ucraine a nord ovest di Kyiv hanno respinto i russi a nord dell’autostrada E-40 e verosimilmente assalteranno le città controllata dai russi di Bucha e Hostomel nei prossimi giorni.
In breve, tra il 30 e il 31 marzo gli scontri continuavano, le truppe russe venivano lentamente respinte e l’area in cui si sparavano colpi e cadevano le bombe era proprio quella di Bucha.
Il 6 aprile l’AFP pubblicherà un articolo in cui si legge:
I testimoni a Bucha ci hanno riferito di aver visto una colonna di circa 70 mezzi corazzati russi abbandonare la città la sera di martedì 29 marzo, ma che i bombardamenti sono continuati pesantemente mercoledì 30 marzo e l’ultimo che hanno sentito è stato giovedì 31 marzo.
Dunque, se è corretto dire che il 30 marzo i russi si erano ritirati dalla città, è altrettanto corretto affermare che al 31 gli ucraini non potevano ancora muoversi liberamente al suo interno a causa dei bombardamenti persistenti.
Quanto appena detto risulta cruciale perché sulla ritirata del 30 marzo e le immagini dei corpi arrivate solo il 2 aprile il Cremlino ha fondato non solo la difesa da ogni accusa, ma anche la narrazione di una messinscena o di una colpevolezza ucraina.
Venerdì 1 aprile
Quel giorno l’ISW scriveva:
I comandi ucraini, i rappresentanti dell’amministrazione locale e video circolati sui social media confermano che o le forze ucraine hanno ripreso il controllo di o le forze russe si sono ritirate da grandi porzioni di terreno precedentemente conteso – incluse Bucha, Hostomel, Ivankiv e altri piccoli paesi.
Scriveva l’AFP nello stesso articolo precedentemente citato:
I giornalisti dell’AFP nell’area attorno Irpin, vicino a Bucha, hanno sentito dei bombardamenti mercoledì. Non è stato possibile accedere all’area fino a venerdì poiché le autorità ucraine hanno detto che non era sicuro. L’AFP è entrata a Irpin venerdì 1 aprile e a Bucha sabato 2 aprile.
Il primo aprile viene consentito quindi alla stampa internazionale l’ingresso ad Irpin, città ormai non più al centro degli scontri, ma non ancora a Bucha, troppo vicina al fronte.
Scriverà Denny Kemp, tra i primi giornalisti a entrare a Bucha il giorno dopo:
Per giorni abbiamo provato ad entrare in quelle che una volta erano la città dormitorio di Irpin e Bucha […] Il checkpoint principale fuori da Kyiv è stato chiuso ai giornalisti dalla morte del regista statunitense Brent Renaud il 13 marzo. […]
Dal checkpoint potevamo sentire i colpi dei bombardamenti costanti e pensavamo a cosa stessero vivendo le persone all’interno del paese. […]
Il giorno dopo, sabato 2 aprile, era grigio, freddo e piovigginava quando ci siamo diretti a Bucha.
A conferma del proseguimento degli scontri – e quindi dell’impossibilità di muoversi liberamente in città – persino la testata russa TV Zvezda ha pubblicato il 1° aprile un articolo nel quale affermava che:
Le truppe [russe, ndr] aviotrasportate, in cooperazione coi marines, hanno respinto con successo le forze nemiche [ucraine, ndr] in direzione Gostomel-Bucha-Ozera per cinque giorni. Come risultato, i marines sono stati in grado di prendere pieno controllo del territorio dal fiume Irpin in direzione Kiev per una lunghezza totale di cinque chilometri.
Per avere un’idea dell’area di cui parliamo, di seguito trovate una mappa del fiume Irpin con le città menzionate:
Alle 19:26 l’Ukrainska Pravda pubblica un articolo in cui leggiamo:
Citazione di Fedoruk:
“Il 31 marzo entrerà nella storia della nostra città e dell’intera comunità della regione come il giorno della liberazione dalle forze di occupazione russe da parte delle forze armate ucraine.”
“Oggi affermo che questo giorno è pieno di gioia, questa è una grande vittoria delle nostre forze armate nella regione di Kyiv. Ci aspetta sicuramente e faremo di tutto per ottenere una grande vittoria in tutta l’Ucraina.”
Citazione del consiglio comunale di Bucha:
“Il 31 marzo è il giorno della liberazione di Bucha.”
Prima: in precedenza il primo aprile il segretario del consiglio comunale di Bucha Taras Shapravskyi e il deputato Kateryna Ukraintseva hanno detto che Bucha non era stata ancora liberata dall’esercito russo – era pericoloso tornare, c’erano molte mine e insegne e degli infiltrati potevano essere rimasti a Bucha.
Ovvero: la frase “il 31 marzo è il giorno della liberazione di Bucha” non può essere stata pronunciata prima del primo aprile, perché subito dopo il giornale scrive che “in precedenza il primo aprile […] Bucha non era stata ancora liberata”. Certo, a questo punto ci si potrà chiedere la ragione di quella proclamazione, ma a ben guardare sembra più che comprensibile. La città era ancora esposta a bombardamenti e mine, ma i russi erano oramai fuggiti: la proclamazione della sua liberazione rappresentava in quel momento un riscatto simbolico per tutti i suoi abitanti e portava con sé tante speranze per i sopravvissuti e per tutti gli ucraini.
Precisiamo che le parole del sindaco sono state prese da un suo video girato di fronte al municipio il primo aprile e poi erroneamente datato al 31 marzo dal Cremlino (vedi il paragrafo del 3 aprile). Tale errore può essere dovuto solamente a malafede poiché la data è ben visibile, ma una volta estratto lo spezzone, decontestualizzato e fatto girare da altri account come questo la disinformazione è servita.
Al minuto 0:45 di questo video trovate la parte incriminata.
Dunque, per quanto non possiamo essere certi al millimetro delle posizioni mantenute dai due eserciti tra il 30 marzo e il primo aprile, possiamo ragionevolmente dedurre dalle fonti fin qui citate che in quei giorni si stesse ancora combattendo e che, nonostante la ritirata russa dalla città, l’area di Bucha non fosse ancora sotto pieno controllo ucraino.
Sabato 2 aprile
Questo è il giorno in cui i primi giornalisti sono entrati a Bucha e, di conseguenza, quando sono iniziati a circolare i primi articoli e fotografie di civili brutalmente uccisi: ne hanno parlato l’AP, la BBC, Reuters e Al Jazeera.
I primi a fare il loro ingresso in città sono i componenti di un team dell’AFP, tra i cui membri troviamo Denny Kemp. Nel suo articolo di pochi giorni dopo scriverà:
Il giorno dopo, sabato 2 aprile, era grigio, freddo e piovoso quando ci siamo diretti a Bucha. […]
Eravamo tesi mentre guidavamo attraverso le strade devastate di Bucha, temendo che le truppe russe non avessero ancora evacuato l’area e che ci potessero essere ancora scontri.
Anche l’ISW scriveva che:
Le forze ucraine hanno verosimilmente ottenuto conquiste territoriali significative il 2 aprile e hanno iniziato operazioni di messa in sicurezza dei territori precedentemente occupati dalla Russia. […] Le forze russe si sono ritirate abbastanza in ordine da minare le posizioni abbandonate e le infrastrutture per rallentare le unità ucraine, che stanno conducendo operazioni per ripulire gli insediamenti a Bucha, Vyshhorod e nei distretti di Brovary al 2 aprile.
L’area non era sicura, non ci si poteva muovere liberamente.
La polizia ucraina ha anche pubblicato un video in occasione del suo ingresso a Bucha; e sia dal fatto che i mezzi pesanti tolgono dalle strade alcune vetture lasciate dai russi a sbarrare il passo, sia da come avanzano – in fila dietro ai mezzi che fanno evidentemente da scudo alle persone – appare evidente che la situazione in città non potesse ancora dirsi del tutto tranquilla. Di questo video si dirà peraltro che non compare alcun cadavere se non quello di un soldato russo all’inizio, ma al minuto 4:55 si vede chiaramente il corpo di un civile all’interno della sua auto schiacciata.
Proprio in questa giornata vengono diffusi il video dal quale avrà origine la storia del cadavere che si sposta e quello (minuto 0:15) del morto che muove la mano, entrambe palesemente false e prontamente smentite da Open, Facta, Bellingcat e molti altri: l’apparente movimento del corpo, lo si vede bene, è dovuto alla distorsione del finestrino dell’auto, mentre la “mano” era in realtà una goccia scivolata lungo il parabrezza dell’auto, che è già peraltro visibile mentre scorre sul parabrezza della vettura prima del passaggio vicino al corpo.
Proprio il 2 aprile arrivano in Italia le prime notizie del massacro: ne parlano Repubblica, IlSole24Ore, Avvenire, Rainews, TgLa7, e Open.
Domenica 3 aprile
Mentre i soldati ucraini stavano ancora sminando alcune aree (minuto 1:16) della città, e il Cremlino dava inizio alla sua campagna di disinformazione. Il canale Telegram WarFakes, organizzazione russa di – a loro dire – fact-checking, nata – guarda caso – tra il 23 febbraio e il primo marzo 2022, di cui abbiamo parlato proprio nei primi giorni dell’invasione dell’Ucraina e ormai conosciuta come operazione di disinformazione organizzata dalla Russia stessa, ha dato origine alle storie del corpo e della mano che si muovono di cui abbiamo già scritto sopra; e il Ministero della Difesa e quello degli Affari Esteri russi (qui, qui, e qui) sostenevano che:
- Non un singolo residente era stato vittima di atti violenti;
- I militari russi hanno portato e distribuito 452 tonnellate di aiuti umanitari nella regione di Kiev;
- Gli abitanti di Bucha hanno potuto muoversi liberamente in tutta la città e usare i propri cellulari;
- Tutte le unità russe si sono ritirate da Bucha in data 30 marzo, il giorno dopo gli incontri tra Russia e Ucraina in Turchia;
- Il 31 marzo il sindaco di Bucha, Anatoliy Fedoruk, ha confermato in un video che non vi erano più russi in città, senza menzionare alcun cadavere con le mani legate lungo le strade:
- I corpi non mostrano i segni che dovrebbero mostrare dei cadaveri dopo almeno quattro giorni dal decesso.
- Testualmente:
Tutto ciò conferma definitivamente che le foto e i video girati a Bucha sono stati prodotti dal regime di Kiev per i media occidentali, come nel caso di Mariupol con l’ospedale pediatrico e come fatto in altre città.
Proviamo ora a soffermarci su tutte e sette le affermazioni dell’elenco.
Punti 1 e 3: non solo tutta la stampa internazionale, ma anche i residenti della città appena liberata hanno raccontato e documentato l’esatto contrario. Come se ciò non bastasse, il giorno successivo saranno pubblicate delle immagini satellitari che mostreranno che i corpi ritrovati in città erano lì da diverse settimane.
A distanza di più tempo si verrà a sapere che alcune telecamere sparse per la città sono rimaste attive durante il periodo di occupazione. Un’inchiesta del New York Times – nella quale trovate tali immagini – è anche riuscita a identificare l’unità e gli ufficiali colpevoli del massacro. Qui potete vedere un filmato in cui si vedono gli ultimi istanti di un uomo ritrovato accanto alla sua bicicletta al momento della liberazione. In quest’altro articolo del NYT vengono invece ripercorsi gli ultimi giorni di alcuni residenti di Bucha.
Punto 2: delle 452 tonnellate di aiuti non v’è semplicemente traccia né nelle riprese, né nei racconti dei residenti subito dopo la liberazione: alcune interviste sono già presenti nei link forniti sopra, altre le potete trovare qui e qui.
Punto 4: qui troviamo informazioni parziali e dunque fuorvianti. Abbiamo già detto sopra che i bombardamenti sono continuati fino al 31 marzo e che l’area era stata riempita di mine, per cui ancora al 2 aprile ci si doveva muovere con attenzione.
Punto 5: il video del sindaco non è stato pubblicato il 31 marzo, ma il primo aprile, mentre dagli articoli dell’AP dell’8 marzo e da quello del FQ del 28 sopra riportati risulta chiaro che Fedoruk parlava del massacro da molto tempo.
Punto 6: esso è stato da subito smentito da Open il 3 aprile stesso e da Facta e Bellingcat il 4 aprile, negli articoli sopra riportati: in alcuni casi le macchie di sangue sono in realtà ben visibili, in altri meno e in alcuni sono assenti poiché in quei giorni era piovuto e lo si può notare anche dalle pozzanghere d’acqua lungo le strade.
Punto 7: qui è importante anzitutto evidenziare come il Cremlino abbia fatto ricorso al mito dei crisis actor, nato nel 2012 negli USA in occasione del massacro di Sandy Hook, arrivato in Francia nel 2015 dopo Charlie Hebdo, nel 2021 in Inghilterra con COVID-19 e, per ultimo, in Ucraina nel 2022.
Risulta chiaro che l’esplicito richiamo a questo mito garantisce da solo una forte presa su quella parte di opinione pubblica occidentale che lo ritiene credibile ormai da anni.
Oltretutto, si era già fatto riferimento ad esso dopo il bombardamento dell’ospedale pediatrico di Mariupol dell’11 marzo e non è un caso che Lavrov, sempre il 3 aprile, avanzi un parallelo proprio tra le due città:
“Un paio di settimane fa ci sono stati alcuni tentativi di presentare la situazione nell’ospedale pediatrico di Mariupol come un crimine perpetrato dall’esercito russo. Come si è poi scoperto, tali tentativi avevano uno scopo palesemente provocatorio e sono stati presentati materiali falsi che sono stati esposti.”
Invece non si è scoperto un bel niente perché era già tutto tragicamente chiaro. Su Mariupol Facta ha pubblicato un ben documentato articolo, per cui tale paragone non gioca per nulla a favore di Mosca.
Proseguendo con gli avvenimenti di quel giorno, l’Ucraina ha accusato la Russia di aver commesso dei crimini di guerra, crimini sui quali, come abbiamo mostrato in queste righe, non c’era alcun tipo di dubbio. Proprio per questo, forse, il Cremlino ha scelto di giocare in contropiede e il suo rappresentante permanente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto una riunione urgente. Reuters ha riportato le esatte parole formulate per la richiesta:
“Alla luce della palese provocazione dei radicali ucraini a Bucha, la Russia ha richiesto la convocazione di una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.
Una lettera del 4 aprile da parte dello stesso rappresentante russo indirizzata al Presidente di turno – Barbara Woodward del Regno Unito – avrebbe ulteriormente chiarito il significato di tale formulazione:
A seguito dei report della provocazione ucraina a Bucha, Ucraina, e i tentativi di nascondere l’uccisione dei civili da parte dei radicali e nazionalisti ucraini incolpando la parte russa di quelle atrocità, la Federazione Russa ha richiesto una riunione del Consiglio di Sicurezza per discutere questa palese provocazione.
Tale richiesta non è stata accolta. Chi si stesse chiedendo perché, dovrebbe rileggersi il presente articolo daccapo.
Ovviamente, tale respingimento entrerà a far parte della retorica di Mosca, come a dire: “Noi vogliamo la verità, abbiamo richiesto una riunione delle Nazioni Unite, ma loro ce l’hanno rifiutata. Sono loro che non la vogliono“.
Intanto, sempre il 3 aprile, sono arrivati in Italia i primi video girati a Bucha, mostrati da Open e dal Tg2. A parlare del massacro sono adesso anche Il Post, Fanpage, ANSA, Libero, Il Corriere della Sera e l’AGI, che scrive:
Bucha è la seconda notizia nella sezione “news importanti” del sito di Tsargrad Tv, l’emittente dell’oligarca ortodosso Konstantin Malofeev, sanzionato da Usa e Ue nel 2014 per aver finanziato le milizie separatiste del Donbass; accuse che l’imprenditore ha sempre negato. […]
Tsargrad sostiene anche che […] “i corpi nel video sembrano essere disposti deliberatamente per creare un’immagine più drammatica”.
Ricordate quanto appena riportato in grassetto, perché lo ritroveremo alla fine della seconda parte, in pubblicazione tra qualche giorno.
Lunedì 4 aprile
Il Post pubblica le foto del massacro e ne parlano anche La Stampa, Il Messaggero, l’Huffington Post e Il Fatto Quotidiano. Quest’ultimo pubblica un articolo in cui, fin dal sottotitolo, una parte importante della propaganda del Cremlino viene smentita:
Il primo cittadino già il 28 marzo, parlando con l’agenzia Adnkronos, aveva denunciato i fatti poi raccontati da foto, immagini e testimonianze dirette. “I russi, col pretesto di cercare i nazisti, irrompono nelle case e le saccheggiano e poi uccidono i civili senza motivo”, aveva detto.
Quello stesso giorno, nonostante la propaganda russa fosse già stata puntualmente smentita, ci sarà chi, attraverso i canali a propria disposizione, proverà comunque a diffonderla e contribuirà a creare quel caos informativo dal quale germoglieranno i dubbi di tanti, sistematicamente e – ad avviso dello scrivente – strumentalmente alimentati da certi soggetti.
A parlare di Bucha quel giorno è anche un’altra testata piuttosto nota, ma lo fa così bene che merita un posto riservato nella seconda parte di questo articolo.
A presto.
RC
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