Eurosclerosi e opinioni

Quando si parla di transizione energetica, la sostenibilità economica non è l'unico parametro da tenere in considerazione

maicolengel butac 26 Mag 2026
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Ci è stato segnalato un articolo del Corriere della Sera dal titolo:

Eurosclerosi: da Bruxelles un’analisi nuova e spietata sulla stagnazione del Vecchio continente

Articolo che porta la firma di Federico Rampini, di cui abbiamo parlato non molti giorni fa. Ci è stato chiesto il nostro parere, e la prima cosa che vorremmo fosse chiara è che l’articolo che ci è stato segnalato è un editoriale, ovvero riporta le opinioni del suo autore, non il racconto di fatti conclamati.

Nell’editoriale, come spesso nei testi di Rampini, troviamo una tesi forte, discutibile magari, ma non è tutto da buttare. Perché il punto di partenza – lo studio della Banca Nazionale del Belgio – è reale, come lo sono alcune sue conclusioni: il gap sugli investimenti privati sulle IA tra USA e Unione Europea è verificabile.

Il problema è il resto

L’articolo si apre con questa frase:

A lungo gli europei si sono crogiolati in una loro forma di negazionismo. Hanno continuato a illudersi di essere un «modello», mentre perdevano terreno su tutte le altre aree del mondo.

L’affermazione si basa sulle considerazioni dello studio basate sul PIL, ma la qualità della vita, l’aspettativa di vita e la coesione sociale in Europa sono migliori. Mentre il tasso di povertà estrema è inferiore a quello di USA e delle economie emergenti citate nello studio. Perché non spiegare queste cose?

Scrive ancora Rampini:

In termini di reddito pro capite corretto per il potere d’acquisto, gli americani sono circa il 40% più ricchi degli europei. Nel frattempo anche molte economie emergenti stanno recuperando terreno. La sensazione degli autori è che l’Europa sia rimasta intrappolata in un eterno ritorno delle stesse diagnosi e delle stesse ricette.

Ma evita di spiegare che la distribuzione del reddito negli USA è enormemente più diseguale: il confronto mediana-mediana è meno favorevole agli americani di quanto il dato aggregato suggerisca.

Per spiegare le cose in maniera più semplice facciamo un esempio. Immaginate cinque persone:

  • In Europa guadagnano: 20, 25, 30, 35, 40.
  • In America: 5, 10, 30, 55, 150.

Da qui ricaviamo una che la media europea è 30, quella americana 50. Parrebbe che gli americani siano in media il 66% più ricchi. Ma la mediana europea (il valore centrale) è 30, esattamente come la mediana americana: 30. La media viene tirata su dai redditi altissimi del top. Nell’esempio che vi ho riportato la persona “tipica”, quella di mezzo, sta uguale. Nella realtà USA questo effetto è ulteriormente amplificato perché la concentrazione al vertice è estrema: il top 1% possiede circa il 30% della ricchezza nazionale. Quando Bill Gates e Elon Musk entrano in una stanza, la media sale alle stelle. La mediana non si muove. Il dato aggregato citato da Rampini è corretto, l’implicazione che gli americani in generale stiano meglio di noi non lo è.

C’è poi il capitolo sulla transizione verde, dove sia Rampini che lo studio da lui citato prendono una posizione legata principalmente ai soldi, ai guadagni, al PIL. Gli autori scrivono che mantenere standard climatici più severi del resto del mondo farà perdere competitività alle industrie energivore:

Non è più possibile mantenere obiettivi climatici molto ambiziosi, piena apertura commerciale e rigida disciplina sugli aiuti di Stato.

Se l’Europa mantiene standard climatici molto più severi del resto del mondo, molte industrie energivore perderanno competitività. Per salvarle servono sussidi o protezioni commerciali. Ma i sussidi minano il mercato unico; le protezioni minano il libero commercio. Dunque una scelta diventa inevitabile. Gli autori invocano un ritorno alle politiche industriali, cioè proprio a ciò che il paradigma europeo post-eurosclerosi aveva cercato di superare.

Ma ragionare in un’ottica puramente economica sul clima significa ignorare fattori che nel 2026 invece sarebbe importante tenere in considerazione. I costi dell’inazione dal punto di vista climatico, se non vengono pagati dalle aziende, li pagheranno successivamente i cittadini e le generazioni future, a cui daremo in eredità un pianeta meno vivibile.

Inquinare meno ha un valore che va ben oltre il PIL, e non si tratta di negazionismo economico, ma di una priorità. È legittimo che uno studio sulla competitività non condivida questo punto di vista, ma almeno andrebbe spiegato, perlomeno da parte del giornalista che sceglie di scriverci sopra un articolo.

In chiusura sarebbe il caso far presente che lo studio belga è un working paper della Banca Nazionale del Belgio: pur portando la firma del suo governatore, al momento non è una posizione ufficiale dell’istituzione.

maicolengel at butac punto it

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