Troll e trollismo seriale: un case study

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Per scelta, su BUTAC da sempre cerchiamo di moderare con criterio. Non abbiamo il “banhammer” facile: preferiamo lasciare spazio anche al dissenso, purché espresso con rispetto e senso logico. Ma c’è una soglia oltre la quale non si tratta più di confronto: si entra nella denigrazione seriale, nella disinformazione reiterata, e nel trolling coordinato.



Ed è proprio lì che incontriamo “Ugo Rossi”. Un perfetto esempio di profilo da cui guardarsi, vediamo insieme perché.

Ugo compare per la prima volta sulla nostra pagina Facebook sabato 15 marzo 2025, sotto un post che trattava una falsa intervista di Putin a una TV croata. Un tema specifico, niente a che vedere con i finanziamenti o l’attività di BUTAC. Eppure Ugo irrompe con un commento che puzza di copia-incolla da chilometri:



Anche Butac viene pagato da USAID?



Nello stesso thread arrivano altri profili simili, con pattern molto simili: nome generico, profilo anonimo, e un solo obiettivo: denigrare. Ma mentre gli altri si limitano a un commento o due e spariscono, Ugo persiste.

Profilo sospetto: analisi tecnica

Come appariva il profilo in questione qualche giorno fa (il 15 marzo indicava un luogo di lavoro al posto dell’università)
Come appare il profilo in questione oggi 27 marzo: l’unico elemento rimasto uguale è l’immagine di copertina

 

Ugo sembra nato per seminare dubbi, insinuazioni, domande retoriche, narrazioni fuorvianti e revisioniste dove può sfruttare l’occasione. Vediamo alcune delle tecniche utilizzate a questo scopo.

Le tattiche sfruttate sono da manuale

Il benaltrismo (whataboutism) di precisione

Alcune delle risposte che vengono date a noi o agli altri utenti quando si contesta nel merito dei suoi commenti sono del tipo di:

Una tecnica vecchia come la rete, forse di più. Si cerca di spostare il focus della discussione, creare ambiguità, buttare in caciara i confronti, anche quelli più pacati.

La fissa per i finanziamenti

Le domande (in realtà insinuazioni sotto forma di domanda) di Ugo si concentrano spesso su un argomento molto specifico: i soldi.

Non importa quante volte sia stato detto che BUTAC è autofinanziato. Ugo continua a insinuare. Ma poi, quando qualcuno chiede a lui di mostrare faccia e dati su chi lo paga:

Sono un dipendente pubblico, quindi non ho un bilancio da mostrare…

Ah, quindi lui no, ma noi a un account a casaccio su Facebook sì? Coerenza portami via.

La “modalità passivo-aggressiva”

Questa è una delle tecniche più subdole perché simula l’intenzione di avere un reale dialogo, ma poveretto gli viene impedito proprio da noi che “avveleniamo il clima”.

Una versione digitalizzata del “Non sono razzista, ma…”. Finta disponibilità al dialogo, seguita da sarcasmo, insinuazioni e velate accuse.

Il disco rotto della disinformazione

Nei giorni successivi Ugo torna – puntuale come un aggiornamento di Windows – sotto ogni post che menzioni la guerra in Ucraina o Putin. Come dicevamo, compare anche sotto le nuove condivisioni di articoli vecchi di due anni, commentando che stiamo “intensificando le marchette” nonostante la data di pubblicazione sia chiaramente indicata nel post (e che la scelta di riproporre articoli venga fatta in base all’interesse dimostrato dai lettori nei giorni precedenti).

I suoi interventi sono sempre uguali: le stesse narrazioni pro-russe, le stesse accuse di servilismo occidentale, gli stessi sospetti su finanziamenti oscuri.

Sui temi del Donbass, Ugo ripete la narrazione filorussa ormai in circolo da anni, quella che abbiamo debunkato decine di volte e che la recente sentenza della CEDU ha bollato come propaganda russa sistemica. Ma a Ugo non interessa dialogare: il suo scopo è gettare fango.

La fissa per il bilancio

Come dicevamo, uno dei suoi cavalli di battaglia è chiederci ripetutamente conto del nostro bilancio. Nonostante BUTAC:

…lui insiste:

…dell’articolo di approfondimento che vi chiedevo, dove ci fate vedere il vostro bilancio con una descrizione dettagliata di tutte le voci (comprese le solite “collaborazioni editoriali”) e finanziatori, ce lo fate?

Il che è ironico, visto che fino a pochi mesi fa BUTAC era intestato a una persona fisica, e i suoi collaboratori hanno sempre scritto gratuitamente. L’unico a metterci tempo, soldi e faccia ero io.

Ugo, invece, si presenta come dipendente pubblico di un ente di ricerca, e ci tiene a dire che ha “uno stipendio da fame”. Non è chiaro cosa dovrebbe dimostrare, ma l’intento è chiaro: gettare discredito.

Pattern riconoscibile: troll & friends

A tratti sembra che Ugo sia gestito da più persone. I toni cambiano, le risposte sembrano scritte da mani diverse e vengono lasciati commenti simili in cui si dicono cose diverse nel giro di pochi minuti.

In altri momenti compaiono “altri Ugo” che gli danno manforte, membri della prolifica famiglia dei Rossi, una dinastia digitale molto presente in certi thread.

Ugo è il classico esempio di come oggi si possa inquinare la discussione online, anche senza un esercito, ma con qualche account finto, un po’ di tempo libero e zero scrupoli. L’obiettivo non è capire, non è confrontarsi, non è approfondire. È sporcare il dibattito, infastidire, deviare l’attenzione, trasformare ogni post in un campo minato.

Come riconoscere un troll da tastiera – ed evitarlo

L’obiettivo del troll è uno solo: non cercare il dialogo, ma disinnescare il dibattito serio, spostandolo su accuse e sospetti senza fondamento o buttandola direttamente in caciara.

Ecco 5 segnali d’allarme:

  1. Profilo sospetto

    • Foto generata da IA o rubata (usa strumenti tipo https://www.bing.com/images per fare una ricerca inversa per immagini, oppure da dispositivi mobili Google Lens).

    • Bacheca vuota o blindata.

    • Pochi amici, o solo “amici” simili (altri troll o fake).

  2. Pattern ripetitivo

    • Stessi messaggi, a volte addirittura in copia/incolla.

    • Frasi preconfezionate e ricche di “parole chiave” (“siete pagati dalla CIA”, “propaganda NATO”, “chi vi paga”).

    • Cambi repentini di tono: dal gentile – passivo-aggressivo – all’insulto diretto.

  3. Nessun reale interesse nel contenuto

    • Commenta post senza leggerli.

    • Riporta argomenti fuori tema per buttarla in caciara.

    • Non risponde mai davvero: rilancia solo altre accuse.

  4. Usa tecniche di “whataboutism”

    • “E allora la NATO?”

    • “Parli di Russia, ma l’America?”

    • Devia sempre il discorso su altro.

  5. Pretende trasparenza assoluta, ma non ne offre alcuna

    • Vuole i tuoi bilanci, i tuoi finanziatori, le tue fonti.

    • Ma lui? È un’ombra con una foto falsa.

La strategia migliore? Non cadere nel tranello. Ignora, blocca, nascondi, non alimentare. Il troll non si nutre di verità, ma di attenzione.

Perché raccontare tutto questo?

Perché è importante mostrare come agiscono queste figure. Perché se nessuno le smaschera, diventano la norma – specie se guardiamo come vengono gestiti i social da chi li amministra. E poi perché è giusto che chi ci legge sappia che non siamo infallibili, ma siamo onesti, e non abbiamo nulla da nascondere.

Ugo, se vuoi continuare a commentare, fallo pure. Ma almeno prova a cambiare disco ogni tanto, questo l’abbiamo già ascoltato.

Un paio di risorse per approfondire le TTPs (Tactics, Techniques, and Procedures) più utilizzate dai disinformatori in rete:

redazione at butac punto it

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